Lo spirito rivoluzionario della Tristana di Benito Pérez Galdós

Benito Pérez Galdós, Tristana, 1892

Apro questa sezione del mio blog parlandovi di Tristana, romanzo di Benito Perez Galdós (Las Palmas, Canarie, 1843 – 1920) dal quale viene tratto l’omonimo film Luis Buñel con protagonista Catherine Deneuve e Fernando Rey. Galdós è uno dei maggiori esponenti della letteratura spagnola, tanto da essere considerato da molti il più grande scrittore spagnolo dopo Cervantes.
Pubblicato nel 1892, Tristana fa parte delle Novelas españolas contemporáneas, una collana di ventiquattro romanzi composti nel periodo compreso tra il 1880 e il 1915. Questi romanzi illustrano la società spagnola del periodo, focalizzandosi in particolare sulla classe borghese, una classe disillusa e in crisi di valori. Le Novelas españolas contemporáneas appartengono alla corrente letteraria del Realismo; lo stesso Galdós viene definito un vero “pittore della realtà”. Il romanzo realista galdosiano propone una rappresentazione fedele della realtà, a cominciare dagli ambienti, soprattutto quello urbano; non a caso, gran parte delle opere dello scrittore canario sono ambientate a Madrid, una grande città. Per poter rappresentare in modo fedele la realtà del suo tempo, Galdós
effettuò molti viaggi col preciso scopo di capire appieno i diversi stili di vita di ogni luogo, in particolare attraverso il contatto con le persone meno abbienti, soprattutto anziane, più inclini a usare proverbi e modi di dire locali, frequentando i treni, utilizzando i posti di terza classe per respirarne l’atmosfera e poterne vivere gli inconvenienti, come l’eccessivo caldo o freddo, lo sporco
o il cattivo odore, e denunciando tutti i problemi e le contraddizioni della società in cui viveva. Solo successivamente egli capirà che il solo Realismo non era sufficiente a “raccontare” la totalità della realtà, visto che essa comprendeva una parte spirituale: ecco quindi che comincerà ad attingere dalla corrente naturalista con la sua focalizzazione sulla componente psicologica dei personaggi.

La trama

Ambientato a Madrid, il romanzo vede come protagonista Tristana Reluz, una giovane dama che, rimasta orfana, viene adottata da un amico di suo padre, Don Lope Garrido, un cavaliere donnaiolo e da sempre avverso al matrimonio. Don Lope tratta Tristana come una figlia ma anche come una sua proprietà, arrivando ad approfittarsi della sua innocenza per plagiarla e disonorarla. Così facendo, Lope segna dunque per sempre il destino della ragazza all’interno di una società ancorata ai valori di onore e patriarcato. 
Col passare del tempo Tristana capisce di trovarsi imprigionata in una vita che non le appartiene; gli unici momenti di svago sono costituiti dalle passeggiate con la serva Saturnia. Un giorno incontra Orazio, un giovane pittore che condivide con lei una gioventù fortemente condizionata dal nonno paterno, che lo costringeva a una vita dedicata esclusivamente alla contabilità e ai numeri.  I due giovani si innamorano; i loro incontri clandestini avvengono nello studio di lui, durante i quali Orazio le trasmette la sua passione per la letteratura italiana, in particolare per Dante Alighieri, favorendo in lei la consapevolezza di possedere un’indole creativa e di essere destinata a grandi cose. Tristana aspira a diventare attrice e pittrice, dimostrando di avere grandi abilità artistiche e di imparare in fretta. Quando Orazio deve partire per Villajoyosa per seguire la zia malata, che lo aveva accolto con sé liberandolo dalla dispotica figura del nonno paterno, i due proseguono la loro storia d’amore attraverso una corrispondenza epistolare, ricca di simpatici siparietti in lui le affibbia il nomignolo di  Paquita, riferito alla figura di Francesca da Rimini. Attraverso le sue lettere Tristana comunica a Orazio le sue ambizioni di libertà, indipendenza e la volontà di mostrare a tutti il suo talento artistico. Inoltre, proprio come don Lope, la ragazza si dichiara contraria a legarsi in matrimonio. Orazio si mostra un po’ spaventato dalle ambizioni di Tristana; inoltre, si accorge di amare la vita tranquilla di campagna e inizia a trascurare la sua passione per la pittura. Invita l’amata a trasferirsi da lui, ma Tristana è titubante; la ragazza, infatti, nonostante provi compassione per don Lope, che inizia a soffrire di reumatismi, continua comunque a temerlo, anche se riesce a vedere anche un lato buono nel suo aguzzino. Dal canto suo Lope, che è a conoscenza della corrispondenza tra Orazio e la sua prigioniera, è sicuro che il tempo e le diverse ambizioni dei due giovani causeranno la fine della loro storia. Inoltre, consapevole dell’intelligenza e del talento della ragazza, la sprona a coltivare il suo talento permettendole di suonare strumenti e di seguire con successo un corso di inglese.  Purtroppo, però il destino sembra voler spezzare ogni sogno di Tristana: la giovane si ammala ed è costretta a farsi amputare una gamba per salvare la vita. Lope, che nel frattempo è invecchiato, è distrutto per quanto successo alla ragazza e cerca in tutti i modi di risollevarle il morale. Al contempo però, lo conforta il fatto che questa disgrazia contribuirà ad allontanare definitivamente Tristana e Orazio, tanto che va lui stesso a spedire la lettera di Tristana al ragazzo per avvisarlo di ciò che stava per affrontare e permettendogli inoltre di far visita alla malata a casa sua. Il vecchio Lope aveva ragione; già dal loro primo incontro Tristana capisce di aver idealizzato Orazio, che sin da subito si comporta con lei più come amico che come amante, dimenticandosi anche il nomignolo che le aveva dato. Orazio dirada gradualmente le visite, fino a quando un giorno Lope comunica a Tristana che il suo amato sta per sposarsi. 
Ma Tristana ormai non è più la stessa. Abbandona tutte le sue passioni, trovando conforto nella chiesa, con i suoi riti religiosi e con le loro solenni musiche. Nel frattempo, Lope, che per accontentare la ragazza aveva perso ormai quasi tutti i suoi averi, si vede costretto ad accettare l’aiuto economico dei suoi parenti, scendendo però a un compromesso che mai aveva pensato di accettare, ovvero quello di sposarsi… lui, da sempre avverso al matrimonio! Anche Tristana accetta impassibile quell’unione matrimoniale che aveva sempre rifiutato categoricamente con Orazio. I due così si ritrovano a vivere una banale vita matrimoniale familiare adeguandosi a quelli che erano i canoni sociali della loro epoca.



Il ruolo della donna e il messaggio galdosiano

In occasione della sua uscita Tristana ricevette pareri contrastanti; la stessa compagna di Galdós, la famosa scrittrice Emilia Pardo Bazán, criticò l’involuzione della protagonista. Lo scopo di Galdós era quello di condannare la società patriarcale che, forte del fatto che secondo la Bibbia la donna nasceva dal costato dell’uomo, considerava quest’ultima geneticamente imperfetta e per questo inferiore all’uomo, dunque, sosteneva e giustificava la prevaricazione da parte dell’uomo sul sesso femminile.  Il patriarcato limitava i diritti e le libertà delle donne, che subivano violenze sia fisiche che psicologiche. Lo scrittore canario critica anche l’impossibilità delle donne di ricevere un’educazione che vada oltre le semplici faccende domestiche, impedendo loro una vera emancipazione

La protagonista, Tristana capisce che può cambiare il suo destino solo con le proprie forze e senza l’aiuto di nessuno, tantomeno del suo aguzzino

 “non mi aspetto niente da lui (pensa pensierosa, guardando la luce). Non so se e come finirà tutto questo però in qualche modo deve finire.” 

La ragazza ha le idee chiare; desidera essere libera e indipendente, non vuole catene, e non vuole sposarsi, dicendolo chiaramente a Orazio. 

“Non vedo la felicità nel matrimonio. Voglio, per esprimermi a modo mio, essere sposata con me stessa ed essere il capo della mia famiglia.”

Un’indipendenza che può ottenere imparando un mestiere 

“se da bambina mi avessero insegnato a disegnare, oggi saprei dipingere, e potrei guadagnarmi da vivere ed essere indipendente con il mio onesto lavoro”

La libertà tanto desiderata da Tristana è tuttavia un’utopia, dato che anche lei è consapevole che nella società in cui vive 

“questa parola non suona bene in bocca alle donne”

L’amore di Tristana per Orazio cresce parallelamente alla sua passione per l’arte e la cultura. La relazione tra i due ragazzi richiama il mito di Tristano e Isotta; in entrambi i casi abbiamo infatti un triangolo amoroso (i “terzi incomodi” sono Re Marco e don Lope), tuttavia, se in Tristano e Isotta l’amore viene ostacolato dal destino, nel romanzo galdosiano è la realtà sociale che impedisce ai due amanti di vivere appieno la loro storia. E non è un caso se Orazio cita Dante, che nel Decameron condanna Tristano all’inferno per aver ceduto alla passione con Isotta. La madre di Tristana, inoltre, sceglie il nome per sua figlia in onore di questo mito celtico medievale.

Tristana rispetta il tipo di donna che ha sempre attratto Galdós; una donna ribelle, desiderosa di vivere libera e indipendente e che non si arrende al suo destino. Non a caso, si innamora di Emilia Pardo Bazán e dell’attrice e scrittrice Concha-Ruth Morell, la quale sembra proprio aver ispirato il personaggio di Tristana. Tuttavia, non è la prima volta che propone modelli simili, pensiamo ad esempio a Isidora ne La desheredada, o a Fortunata in Fortunata y Jacinta

Tristana, come tutte le donne di quell’epoca, viene relegata all’ambiente domestico; solo grazie alla serva Saturnia riesce ad evadere temporaneamente dalla propria prigione. Una prigione che, a causa della malattia che la colpisce, diverrà sempre più piccola; Tristana, infatti, potrà muoversi solo con l’ausilio della carrozzina e in cucina, dato che si dedicherà all’arte culinaria. La fine di Tristana rappresenta forse una punizione per il suo tentativo di ribellarsi al proprio destino. 

Il finale vede dunque una Tristana che ha perso ogni aspirazione di indipendenza e che accetta di sposarsi con don Lope, per poi appassionarsi all’arte culinaria. Galdós ci presenta questo finale in modo ironico, facendo intendere tra le righe che forse questa banale vita matrimoniale non significhi obbligatoriamente infelicità. 

Una maestra molto abile le insegnò due o tre tipi di dolci, e lei li faceva così bene, così bene, che Don Lope, dopo averli assaggiati, si leccava le dita, e non smetteva di lodare Dio. Erano felici, l’uno e l’altra…? Forse.

Nonostante la protagonista finisca per accomodarsi allo standard della figura femminile dell’epoca, con Tristana Galdós lancia un messaggio di speranza; era ancora possibile cambiare le cose. Lo scrittore canario esorta le donne ad essere consapevoli del loro potenziale e a ribellarsi alla tirannia dell’uomo. 

Un melodramma psicologico

Con Tristana Galdós propone un melodramma psicologico attraverso la caratterizzazione dei personaggi.  Un ‘inclinazione verso la sfera psicanalitica che Galdós ha mostrato durante tutta la sua carriera letteraria, con una particolare attenzione verso i disturbi paranoici. In questo romanzo, ad esempio, si fa accenno alla madre della protagonista, che trascorre tutta la sua vita con l’ossessione maniacale per la pulizia, fino a rinsavire poco prima di morire. Galdós ha preso spunto dalla letteratura cervantina, con i desideri e gli ideali dei protagonisti che si scontrano con la dura realtà. Un abile mix tra romanzo realista e romanzo naturalista con un richiamo al romanzo picaresco, che mitiga le scene forti con l’ironia. La follia dei personaggi galdosiani rappresenta una metafora di quella che era la società aristocratica, ben rappresentata da don Lope Garrido: un cavaliere dai modi e dall’atteggiamento di chi possiede nobili principi. Lope rappresenta una classe sociale rispettosa delle convenzioni sociali, mantiene infatti un’immagine pubblica impeccabile. La presentazione di Lope richiama quella del personaggio di don Chisciotte di Cervantes. Anche Lope, infatti, viene presentato come un aristocratico ormai in decadenza.

“Nel popoloso quartiere di Chamberí […] viveva da non molti anni un hidalgo di buona immagine e nome pellegrino…”

Don Lope è anche un abile seduttore la cui arte manipolatoria è estremamente efficace sulla giovane Tristana, tale da renderla sua schiava senza che lei se ne accorgesse  

“e la affascinava di un mistero così grande (…) mentre le sue idee e le sue abitudini venivano imposte con crudeltà”

Ecco, dunque, un esempio di violenza psicologica subita dalle donne dell’epoca.  Quando Tristana si sveglia dal suo torpore e prende coscienza della sua condizione, Lope passa alle minacce, imponendole così la sua volontà attraverso la paura.  Le azioni di Lope di fatto impediranno a Tristana di incamminarsi verso la propria libertà. Non a caso, la malattia che colpirà Tristana la priverà di una gamba. 

L’amputazione della gamba è quella che molti critici definiscono una vera e propria castrazione subita dalla protagonista; questo perché la priva di quell’audacia, di quel senso di ribellione che avrebbe potuto salvarla da una vita alla mercè di Don Lope. L’immagine di Saturnia che una volta finito l’intervento di amputazione preleva un 

“oggetto lungo e stretto avvolto in un lenzuolo” 

richiama i manichini presenti nello studio di Horacio; Tristana ormai si è trasformata in un semplice e vuoto manichino. 

Una cosa accomuna Tristana e Orazio; se la prima è succube di Lope. Orazio è vittima prima del nonno e poi della zia. Egli è un pittore incapace di prendere con fermezza le decisioni sul futuro e si lascia trasportare dalle volontà altrui al punto da abbandonare la propria passione per la pittura e per l’arte a favore della tranquilla vita di campagna. Possiamo parlare di castrazione anche nel caso di Orazio che finisce per vivere una vita statica e senza ambizioni. 

La serva Saturnia rappresenta invece la concretezza, la realtà dei fatti. È infatti l’unica a non avere sogni; dopo aver perso il marito nel cantiere dove quest’ultimo lavorava, è costretta a guadagnarsi il pane per sopravvivere. Anche la sua ottica è obiettiva: grazie a lei capiamo che Orazio è un pittore realista. I manichini che utilizza sono infatti testimonianza dello stile di pittura del giovane, così fedele alla realtà. 

Con Tristana, dunque, Galdós affronta il tema dell’emancipazione femminile in una società ricca di contraddizioni. Un romanzo intenso, ricco di sfumature, nel quale lo scrittore canario mostra un animo diviso tra disillusione e speranza per il futuro.


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